Il rabdomante della memoria

Nel dialogo platonico Menone, Socrate guida, con metodo maieutico, uno schiavo ignorante dei fondamenti elementari della geometria sino alla dimostrazione del teorema di Pitagora. È un passo esemplificativo, utile a Platone per enunciare la tesi secondo la quale la conoscenza non derivi direttamente dall’esperienza ma sia innata in ogni essere umano. Il conoscere altro non è che un’ “anamnesi�?, un continuo ricordare lo scibile passato, sommerso nei bassifondi dell’anima.

In tempi più recenti, Leonardo Sciascia scriveva ad Anna Maria Ortese che «uno dei più evidenti e gravi difetti della società italiana, e quindi di tutto ciò che – dalla cultura al costume – ne è parte, sta nella mancanza di memoria». Era il novembre 1978, si era da qualche mese consumato il delitto Moro, l’Italia versava nel caos disorientante di una strategia del terrore a cui faceva da contraltare una linea della fermezza in blog di demagogia (quando non di vera e propria malafede), di fatto atrocemente conveniente per alcuni illustri esponenti dell’establishment politico del tempo.

In quello che il maestro di Racalmuto descriveva a Sartre come un paese privo di Verità, il recupero della memoria sembrava (allora particolarmente, ma fu una delle costanti della weltanschauung sciasciana) l’unico antidoto possibile: antidoto contro la povertà morale, contro la pochezza degli spiriti, contro il lassismo dell’uomo comune. Rimembrare significa leggere tra le righe della storia, fare luce sui meccanismi che hanno mosso la macchina dei governi, degli Stati, imparare dagli errori umani affinché non assurga a regola il perseverare nei peccati della storia. Rimuovere la polvere dallo specchio della memoria significa poter osservare i lineamenti del presente decifrando la semiotica del passato.

Se dunque in Platone «conoscere è ricordare», in Leonardo Sciascia «ricordare è conoscere».

Basta leggere certi racconti degli Zii di Sicilia, o attingere alla sua vasta produzione saggistica per trovarne riscontro. In Sciascia, la rappresentazione e l’analisi di significativi fatti passati non si riduce ad esercizio di stile o a mero sfoggio culturale. Trattare fatti del XVI o XVII secolo è solitamente operazione fra dotti, destinata ad un pubblico colto; ma Sciascia ha sempre indirizzato i suoi scritti a “quante più persone possibile�?. Perciò i suoi saggi sono spesso alla stregua di apologhi o di exempla, strumenti di denuncia delle storture dello status quo atti a fornire ulteriori filtri chiarificatori della realtà.

Era la sostanza della “fede nella scrittura�? che il “maestro di Regalpetra�? propugnò per un’intera esistenza:
«Da parte mia ritengo che uno scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose».
Per questo lo scrittore racalmutese definì la memoria come “spinosissima rosa�?, pungente seppur d’invitante afrore. Era il raccogliere la lezione di Paul-Louis Courier, che scriveva di “piccole cose�? per trarne insegnamenti universali («sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada», diceva Sciascia del polemista francese).

Fu probabilmente in virtù di questa concezione “caritatevole�? della letteratura che, sul finire degli anni ’60, lo scrittore di Racalmuto decise di collaborare con Elvira ed Enzo Sellerio, fondatori dell’omonima casa editrice, preferendo quella che lui al tempo definì “un’utopia editoriale�? a realtà più grosse ed economicamente più solide ed allettanti:
«in qualche momento della mia vita sono stato persino tentato di entrare in qualche casa editrice: sono stato sul punto di farlo con Garzanti. Ma una piccola casa editrice è sempre meglio, per il mio gusto, per le mie attitudini di una grande. Così ho seguito gli amici Sellerio fin dal principio della loro attività, consigliando loro dei libri da pubblicare, scrivendo prefazioni, pubblicando da loro quel libretto sulla morte di Roussel, svolgendo insomma un’attività che dà senso al mio stare a Palermo, città in cui altrimenti non vorrei né potrei stare.»
Per la Sellerio curerà, in maniera informale, ma quanto mai sostanziale, le prime due importanti collane: La civiltà perfezionata (nome suggerito dal titolo di una raccolta del moralista francese Nicolas de Chamfort), che volle inaugurare con il libro I veleni di Palermo dello storico Rosario La Duca: come nei suoi saggi, Sciascia prese le mosse dal fatto particolare per astrarne concetti più generali, e nella nota all’opera mise in luce quanto ironico fosse l’uso del veleno in una città che, dalla propria storia politica e sociale, altri peggiori veleni distillava.

La seconda, importantissima collana, nata nel 1979, è La memoria, quella degli ormai noti piccoli ed eleganti libretti blu. Il titolo, anch’esso scelto da Sciascia, indica il chiaro intento di ripescare dall’oblio vecchi e validi autori di opere “da ricordare�? da accostare a romanzi di nuova fattura degni a loro volta di “essere ricordati�?. È il cuore dell’idea editoriale di Leonardo Sciascia: conferire adeguata dimensione alla verità sotto la lente d’ingrandimento della memoria, fornire ai lettori una collana di libri come capitoli di un’unica grande opera, nel rispetto di quello che Sciascia chiamava il “patto di intelligenza�? col lettore, in virtù del quale ogni opera avrebbe dovuto costituire stimolo alla curiosità e all’attenzione, tafanando l’anima e il senso di dubbio. Sciascia aveva probabilmente a modello la Biblioteca Romantica Mondadori diretta decenni prima da Giuseppe Antonio Borgese, collana della quale secondo lui «bisognerebbe parlare come un’opera di Borgese, come di una summa della sua attività di critico».

E sempre così Leonardo Sciascia deve aver concepito l’attività editoriale, se si pensa che già prima di approdare alla Sellerio, nella metà degli anni ’50, segnalò alla nissena Salvatore Sciascia Editore, con la quale al tempo collaborava, il saggio Questa mafia dell’allora comandante dei carabinieri di Agrigento Renato Candida (il capitano Bellodi de Il giorno della civetta), opera che lui riteneva «apportasse un notevole e immediato contributo alla conoscenza di un fenomeno che si diceva e si voleva oscuro, se non addirittura inesistente».

Non è certamente un caso che La memoria fosse inaugurata dal saggio dello stesso Sciascia, Dalle parti degli infedeli, che dà voce alla vicenda di monsignor Ficarra, vescovo di Patti ostracizzato dalla Curia romana, nell’immediato secondo dopoguerra, per essersi rifiutato di appoggiare la Democrazia Cristiana alle elezioni e quindi di ingerire nella vita politica locale. Sciascia, è risaputo, non nutriva forti simpatie per la Chiesa Cattolica; e nella nota all’opera non nasconde che mai avrebbe creduto di poter scrivere un saggio su un alto ecclesiastico in chiave apologetica. Ma la scrittura è alfiere di verità e un’acritica presa di posizione avrebbe costituito una sconfitta della ragione, nonché un atto di disonestà verso i lettori, nei confronti dei quali sentiva un indefettibile dovere di verità.

Forse per questo considerare i libri come latori di verità affermava che il pubblicarli gli dava «un piacere quasi simile a quello di scriverli». Il libro equivaleva, per Sciascia, ad una “buona azione�?, una mano protesa alla coscienza del lettore. La letteratura si connota per il suo valor civile, per i suoi richiami etici e per la sua imprescindibile funzione morale, il libro deve fornire nuove prospettive sui fatti e sulle cose, rimarcare le contraddizioni della vita sociale. La memoria inverata nella carta stampata diviene così una finestra da cui guardare il modo da una prospettiva di verità.
Scrive Salvatore Silvano Nigro:
«Sciascia editore ebbe “passione” per i libri che meritavano di ritornare tra le mani dei lettori, ben consapevole che ogni rilettura, a distanza di tempo, è una “reinvenzione” del libro dimenticato».
Appare chiaro quanto la scelta di ogni singolo testo divenga, a tali condizioni, operazione quantomai delicata. E lo scrittore racalmutese selezionò, da esperto bibliofilo, opere di ogni genere e tempo, scoprendo inediti come Diceria dell’untore, del sessantenne esordiente Gesualdo Bufalino, o riesumando perle sepolte come Il procuratore della Giudea di Anatole France, «un apologo – e un’apologia – dello scetticismo (e quindi della tolleranza che ne è figlia)». Come afferma il blog qui, Sciascia «assimila il talento rabdomantico dell’editore alla vocazione indagatrice del “giallista”. Sciascia editore si pensava come personaggio dello scrittore Sciascia», e la attenta e pensata recherche che precedeva la selezione di un’opera è sintomatica del fatto che «i libri da pubblicare prima li “sentiva” e poi li “serviva” con il suo lavoro editoriale per servirsene, infine, secondo un progetto che era insieme civile e culturale».

Di reati contro la memoria, nel corso dei secoli, la storia è folta: i governi hanno sezionato la memoria riducendola a mezzo di demagogia e instrumentum regni; disonesti scribacchini continuano a manipolare i fatti sulla stampa nazionale; i partiti politici hanno tinto idee di liberi pensatori del colore della propria ideologia. Sciascia, con i suoi scritti ed il suo lavoro editoriale, compì la sua “buona azione�? verso la società tingendo la memoria del neutro pigmento della Verità.

La memoria è in fondo come un’immensa stanza simile per caratteristiche all’universo: in continua espansione ed in crescente disordine. Sciascia si è introdotto nel caos servendosi della Verità come unica, irrinunciabile forza ordinatrice. Che è cosa rara anche per un intellettuale in quest’epoca d’amnesia culturale e di perpetuate menzogne sociali.

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